porta nuova a gradisca d'isonzo - grandangolo spinto

D’accordo, questo è un argomento da blog di fotografia. Però, insomma, ohibò, ho appena comprato un altro obiettivo grandangolare spinto e mi sembra un buon pretesto per delle considerazioni, un po’ tecniche e un po’ filosofiche, sull’uso di queste particolari lunghezze focali. Prima di partire, siccome non si può sempre sapere tutto, vediamo cosa si intende per focali estreme e cosa cambia rispetto a una focale normale.

La lunghezza focale di un obiettivo “normale”

Dicesi lunghezza focale di un obiettivo la distanza tra il suo centro ottico e il sensore (o la pellicola per le fotocamere analogiche). Quando questa distanza è pari alla diagonale del sensore (o del fotogramma della pellicola), siamo in presenza di un obiettivo normale, ovvero di un obiettivo che restituisce la visione prospettica dell’occhio umano. Cosa significa?
Significa che la proporzione tra le cose vicine e lontane è la stessa della nostra visione ad occhio nudo.
Sensori e pellicole non sono tutti grandi uguali, la diagonale cambia e di conseguenza cambia anche la lunghezza focale normale: per la pellicola 35mm e i sensori cosiddetti “full frame”, l’obiettivo normale è un 50mm. Per il sensore formato 4/3, che ha una diagonale grande circa la metà, l’obiettivo normale è un 25mm.

Cosa succede se ci allontaniamo dalla normalità?

Succede quello che succede anche nella vita reale: vediamo le cose in modo diverso. Una lunghezza focale più lunga o più corta del normale cambia la prospettiva della scena, anche radicalmente, se ci allontaniamo abbastanza dai canonici 50mm (per comodità, teniamo come riferimento la classica pellicola 35mm).
Un teleobiettivo, cioè un obiettivo con una focale lunga, tenderà ad avvicinare tra di loro gli oggetti della scena, provocando uno schiacciamento della prospettiva tanto più marcato quanto più l’obiettivo è “lungo”.
Per contro un grandangolare, cioè un obiettivo con una focale corta, tenderà ad allontanare tra di loro gli oggetti della scena, determinando un’esagerazione della prospettiva tanto più evidente quanto più l’obiettivo è “corto”.
In aggiunta a ciò, cambia anche la profondità di campo, cioè l’area in cui gli oggetti sono a fuoco: molto ristretta nel caso di focali lunghe, molto ampia nel caso di focali corte.
Guardando le immagini sottostanti, che ritraggono lo stesso soggetto, l’effetto è evidente.

teleobiettivograndangolo spinto

Visione innaturale

Focali lunghe e focali corte danno entrambe una visione innaturale delle cose: l’occhio umano non vede così. Non siamo capaci di isolare il soggetto da quello che lo circonda, come fa un teleobiettivo, né siamo capaci di percepire una stanza come un salone, come fa un grandangolo spinto.
Ma proprio nell’innaturalità della visione sta il lato interessante della questione: abbiamo la possibilità di osservare ciò che ci circonda in modo nuovo, come se indossassimo degli occhiali deformanti, sorprendendoci come dei bambini di fronte alle meraviglie che si rivelano davanti a noi.
In questa prospettiva, scusate il gioco di parole, l’alterazione della prospettiva può essere davvero stimolante.

Comunicare con l’alterazione della prospettiva

Per molti, me compreso, fotografare significa trasmettere le emozioni provate osservando una scena, un evento, un paesaggio.
Ecco allora che le esagerazioni prospettiche introdotte dalle focali estreme possono tornare molto utili, per sottolineare e rendere evidenti le sensazioni di quel momento. Se siamo colpiti dalla bellezza di un singolo fiore, cosa meglio di una focale lunga per far sì che l’osservatore della nostra foto guardi quello e non tutto il resto? Parimenti, se davanti ad un paesaggio siamo rapiti dal senso di vastità, un grandangolo spinto può aiutarci a trasmettere quella sensazione, esagerando la distanza tra gli oggetti della scena.
Le possibilità di uso creativo e comunicativo delle alterazioni prospettiche sono tantissime. C’è solo da mettersi a giocare con la propria attrezzatura, può accadere di scoprire e riuscire a comunicare cose che prima nemmeno pensavamo.

A cosa servono gli zoom?

Grande invenzione, gli zoom: consentono di avere a disposizione una serie di lunghezze focali diverse senza dover cambiare obiettivo. Non entriamo nello specifico, non è questo il posto giusto per farlo, prendiamo per buono il fatto che grazie agli zoom (ottici, digitali, multicamera, non ci interessa) una macchina fotografica o un telefono hanno a disposizone focali corte e focali lunghe.
Purtroppo l’uso principale che si fa degli zoom è questo: l’oggetto è troppo lontano, faccio zoom avanti, l’oggetto è troppo vicino, faccio zoom indietro. C’è chi sostiene che il miglior zoom del mondo sono le proprie gambe, spesso è vero.
Alle volte l’oggetto è davvero troppo lontano e non mi posso avvicinare, oppure è davvero troppo vicino e non ho la possibilità di arretrare. Ma, al netto di ciò, questo uso dello zoom perde di vista la sua caratteristica più intrigante: la possibilità di cambiare facilmente il modo in cui vediamo le cose.
Sperimentiamo, gente, sperimentiamo!

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