
Chi negli anni 80 era un bambino, come il sottoscritto, non può non aver visto Conan, il capolavoro giovanile di Hayao Miyazaki.
Né può esserne rimasto indifferente, data la caratura dell’opera, che la poneva su tutt’altro piano rispetto alle contemporanee produzioni giapponesi e non. Ma perché parlarne in questa sede, dato che questo non è un blog sul cinema?
Composizione e luce
Già da soli l’estetica e il linguaggio formale di questo cartone animato sono un buon motivo per parlarne, oltre al fatto che la composizione di molte scene statiche ha un sapore più fotografico che cinematografico.
Anche senza considerare la storia, e pur con un disegno un po’ rudimentale e impreciso, le inquadrature e l’uso di luci ed ombre denotano una capacità di visione e di rappresentazione che molte produzioni odierne manco si sognano, specie quelle rivolte ai bambini. Le quali sembra rifuggano inorridite da qualsiasi espressione estetica “adulta”.
Oggi si punta molto sull’azione veloce, lasciando completamente da parte l’aspetto contemplativo. Del resto se l’azione è veloce, non c’è molto tempo per contemplare.
La storia originale
Nei titoli di testa dell’epoca si rendeva noto che l’opera era ispirata al romanzo “The incredible tide” di Alexander Key.
Bene, dopo quasi quarant’anni ho deciso di procurarmi quel romanzo. Impresa non immediata: facendo una ricerca nelle biblioteche della regione (con questo motore di ricerca: https://opac.units.it/SebinaOpac/Opac.do), il titolo non c’è.
Passando malvolentieri a Jeff Bezos e alla sua Amazon, il titolo si trova, solo in inglese e solo per Kindle, ma perlomeno c’è: 7,99€ e via, sono in posseso della mia copia di “The incredible tide”.
Dopo averlo letto mi sono reso conto di quanto Miyazaki abbia aggiunto alla storia originale, davvero tanto. Un’ulteriore prova di bravura di questo straordinario giapponese.
Ma non è questo il punto: chi mi ha stupito veramente è Alexander Key, scrittore statunitense di libri per ragazzi.
Una lingua sorprendentemente ricca
Il mio inglese è quello che si studiava al liceo scientifico nei primi anni 90. Tutto sommato non è male, dopotutto in quinta si leggevano Shakespeare, Shelley e Coleridge. Non è mia abitudine leggere libri in inglese, però ogni tanto capita. Spesso e volentieri sono in inglese anche gli articoli che leggo sul web, quindi sono partito pensando alla lettura del libro (che, ricordo, è per ragazzi) come ad una passeggiata.
Sono bastate tre pagine per rendermi conto che la faccenda era ben diversa. Nella scrittura di Key c’è una ricchezza lessicale, una varietà di costrutti e una tessitura linguistica che mi ha lasciato a bocca aperta.
Per fortuna il libro è su Kindle, che col suo dizionario elettronico ha velocizzato parecchio la lettura. Non ho ricordi di aver consultato così spesso il dizionario nella lettura di un testo.
Magari il mio inglese sarà arrugginito, ma se per leggere sul web il dizionario non mi serve, vuol dire che o il lessico di Key è ricchissimo, o quello del web è poverissimo.
Sono rimasto affascinato dalla bellezza di un inglese che non ricordo di aver mai visto prima, un inglese che non ha nulla da invidiare ad un ottimo italiano in termini di ricchezza ed espressività.
L’impoverimento della lingua e dei pensieri
Mi è venuto istantaneo pensare alla povertà di linguaggio che si trova in ciò che la gente (me compreso) legge di più, cioè il web.
Davvero, rispetto a Key siamo a poco più di “the pen is on the table”.
Pensandoci ulteriormente, si nota che non è solo un problema dell’inglese, anche l’italiano del web è piuttosto semplicistico.
E non solo del web.
Provate, per esempio, ad ascoltare una dichiarazione qualsiasi di un politico di quarant’anni fa, confrontandola poi con una dichiarazione odierna. Al di là del contenuto, la padronanza della lingua e la ricchezza espressiva sono tutt’altra cosa.
Un bel problema, vista la stretta correlazione tra la lingua e i pensieri. Una lingua ricca plasma il nostro cervello portandolo a formulare ragionamenti articolati. Una lingua povera condanna, per contro, alla formulazione di pensieri banali.
Non credo che ci sia un complotto sotterraneo finalizzato al rincorbellimento delle masse, però temo che sugli altari della facilità e dell’immediatezza venga sacrificata la capacità di gestire la complessità, nella sua accezione più generale.
All’interno di una società, questo può avere effetti disastrosi.
Nel dubbio, facciamo vedere ai bambini i film di Miyazaki.
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