gamma dinamica e raw

Fonte di frustrazione o ispiratrice di particolari effetti, la gamma dinamica è la capacità di una pellicola o di un sensore di registrare contemporanemente luci e ombre, mantenendone la leggibilità.
Diciamolo subito: siamo lontani dalle capacità dell’occhio umano.
Quante volte è capitato di fotografare una scena, di solito estiva, con zone di luce e ombra che noi vediamo benissimo, per poi scoprire che nella foto le prime sono bruciate e le seconde sono illeggibili perché troppo scure?
Con la pellicola non si potevano fare grandi cose, bisognava scegliere: o esporre per le luci, sapendo di ottenere ombre completamente nere, o esporre per le ombre, sapendo di ottenere luci completamente bianche.
L’unico modo per avere entrambe le cose era esporre per le luci e illuminare artificialmente le ombre in qualche modo, con un pannello riflettente, un flash o un faro.

La versatilità del digitale

Ferma restando la validità dell’illuminazione artificiale delle ombre, i sensori hanno qualche possibilità in più.
Chiariamo subito che la gamma dinamica di un sensore è grosso modo proporzionale alle sue dimensioni: sensori piccoli, come quelli dei telefoni, hanno una gamma dinamica ridotta, al contrario sensori grandi, come quelli delle macchine fotografiche medio formato, hanno una gamma dinamica decisamente più estesa.
Il primo barbatrucco del digitale è l’HDR (high dynamic range): si tratta di una serie di scatti fatti con diverse esposizioni, fusi poi insieme per ottenere un’immagine in cui luci e ombre sono completamente leggibili. I telefoni lo fanno automaticamente e rapidamente, forti della velocità data dal sensore piccolo e dalla grande capacità di calcolo. Anche molte macchine fotografiche possono farlo automaticamente, ma si può fare anche a posteriori con programmi di fotoritocco.
Peccato che il risultato finale sia di solito un’immagine piatta e poco coinvolgente, molto lontana dall’impressione che avevamo avuto guardando la scena con i nostri occhi.

Il recupero di luci e ombre

Più interessante, secondo me, è l’altro barbatrucco del digitale: il recupero di luci e ombre.
Il sensore del nostro apparecchio cattura più informazioni di quanto pensiamo, sia nelle luci che nelle ombre, informazioni che però vanno irrimediabilmente perse quando viene registrato il file jpg.
Come fare per avere accesso a queste informazioni? Non ci son santi, tocca scattare in raw.
Se lo facciamo, si apre un mondo nuovo, inaccessibile a pellicola e jpg. Il raw è, come dice il nome, un file grezzo, non processato. In esso è registrato tutto quello che il sensore ha captato, compreso quello che non vediamo nell’immagine finale.
Tramite i programmi di elaborazione dei raw, che siano quelli forniti con la macchina fotografica o altri di terze parti, è possibile recuperare queste informazioni e portarle nell’immagine finale. Di solito ci sono due slider, uno per le luci e uno per le ombre, azionando i quali le luci riprendono consistenza e le ombre magicamente si aprono, rivelando dettagli che mai ci saremmo immaginati ci fossero.

prima del recupero di luci e ombredopo il recupero di luci e ombre

Cum grano salis

Attenzione, però, a non esagerare: c’è il rischio di un appiattimento dell’immagine, con un effetto finale simile a quello dell’HDR. Peggio ancora, le luci possono assumere un aspetto artefatto, mentre le ombre possono rivelare grandi quantità di rumore, anche cromatico. Come sempre, la fisica ha le sue regole e ci sono limiti non superabili, ciò non toglie che il recupero di luci e ombre sia uno strumento estremamente potente, vale da solo la seccatura di scattare in raw. Effettivamente scattare in raw è una seccatura: l’immagine non è pronta subito, bisogna passarla al computer, i file raw sono pesanti e occupano un sacco di spazio… Personalmente ho preso l’abitudine di scattare nel doppio formato raw+jpg, che purtroppo non tutte le fotocamere consentono. In questo modo ho i jpg pronti, ma allo stesso tempo so che posso contare sui raw, nel caso debba intervenire in maniera pesante sui file.

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