Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo visto in un film di fantascienza o spionaggio una scena come questa: all’interno di una centrale dotata di sofisticate attrezzature, il protagonista visiona un filmato e si accorge di un piccolo particolare, che nessun altro ha notato. Segue un ingrandimento spropositato di quel piccolo particolare, ed ecco che si rivela, con qualità pari a quella dell’immagine completa, un elemento che dà una svolta inaspettata alla trama.

Noi siamo scienza, non fantascienza

Purtroppo per noi, nella realtà le cose non funzionano così. Un ingrandimento spropositato conduce sempre ad un grave decadimento della qualità, indipendentemente dal fatto che l’immagine o il filmato siano stati acquisiti con tecnologia all’ultimo grido o di un secolo fa. L’unico modo per avere un buon ingrandimento è partire da un’immagine straordinariamente dettagliata, cosa non semplice con le immagini statiche e ancora più complicata con i filmati.

Blow-up

Significa “ingrandimento”, ed è il titolo di un film del 1966 di Michelangelo Antonioni. Senza spoilerare la trama a chi non l’ha ancora visto, nel film ha un ruolo chiave una fotografia, scattata con pellicola 35mm, in cui c’è un particolare che insospettisce il protagonista. Il quale, per vederci chiaro, stampa la fotografia in formato 20x30cm o giù di lì (è titolare di uno studio fotografico, ha tutta l’attrezzatura che vuole), la appende al muro e la rifotografa con una macchina a lastre. Ristampa la fotografia ingrandendola ulteriormente, e a questo punto capisce cos’è quel particolare inquietante.
Per la verità lo capisce solo lui, perché la foto finale del particolare è talmente sgranata da essere pressoché incomprensibile. Ecco, trovo che questa sia una rappresentazione onestissima di cosa voglia dire ingrandire, e vale, con le dovute proporzioni, anche per le modernissime immagini digitali.

A meno che…

Posto che il tradizionale ricampionamento del file non risolve il problema, sposta solo l’asticella più in là, c’è chi ha pensato una cosa del genere (cerco di spiegarla con un esempio): mettiamo di aver fotografato in lontananza un bel pappagallo, che però una volta ingrandito si rivela povero di dettagli sul piumaggio. Se avessimo delle foto dettagliate di pappagalli simili, potremmo pensare di usare questi dettagli per integrare la nostra foto dove è carente di informazioni.
Sarebbe un lavoro disumano (ricerca di foto molto simili, trasferimento e adattamento dei dettagli uno per uno o quasi), infatti si è pensato di farlo fare ad una macchina. L’intelligenza artificiale, addestrata con milioni e milioni di immagini campione, può effettivamente intervenire ricostruendo dettagli che, di fatto, nella foto di partenza non ci sono.

Funziona?

In linea di massima sì, e anche abbastanza bene. Già da qualche tempo ci sono programmi o plug-in di Photoshop che lo fanno, tra l’altro sempre meglio, con l’evolversi di hardware e software. Casomai c’è da chiedersi se l’intelligenza artificiale, chiamata ad inventarsi dettagli che nella foto non ci sono, magari non esageri introducendo particolari che nella realtà non ci sono davvero.
Ho avuto modo di provare la cosa: se la foto di partenza è abbastanza buona, diventa davvero buonissima. Da far dire che non serve cambiare fotocamera per avere più megapixel. Ma se la foto di partenza è scadente, be’, ecco, il risultato non è poi granché…
Per noi grafici, che riceviamo loghi e immagini in bassa risoluzione con cui dovremmo fare striscioni e manifesti grandi, sarebbe stata la manna dal cielo! Ma pare proprio che l’eroe del nostro ipotetico film accennato all’inizio debba rimanere confinato nel mondo della fantasia.
Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale sia davvero un valido aiuto per grandi formati di stampa (vedi l’articolo “quanti megapixel ci vogliono per stampare una foto?“), perché consente a file da 12 megapixel nativi di reggere il confronto con file grandi il doppio, dando magari nuova vita a foto d’archivio belle ma troppo piccole.

Una risposta a “Ingrandimenti, da Michelangelo Antonioni all’intelligenza artificiale”

  1. Avatar Serena
    Serena

    Bravo! Articolo interessantissimo! Continua così!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *