
A scuola, nei primi anni 80 del secolo scorso, ci insegnavano che la stampa moderna aveva avuto inizio attorno al 1450, quando Gutemberg inventò la stampa a caratteri mobili. A quanto pare in Corea si usavano già da tempo, ma a noi dicevano così.
Comunque, in un certo senso era vero: il desktop publishing (cioè l’uso del computer per impaginare testi e immagini) vedrà la luce solo nel 1985, con l’uscita del software Pagemaker della Aldus.
Ma né la stampa a caratteri mobili, né l’antecedente xilografia con le sue “forme tipografiche” che combinavano testi e immagini, possono essere considerate l’origine dell’idea di proporre al lettore un insieme organico di immagini e testi scritti. Bisogna andare più indietro.
Partiamo dall’inizio
Una scrittura concettualmente simile a quella che usiamo oggi, fatta cioè di simboli che significano suoni e non cose, si può far risalire ai Sumeri (3000 a.C.).
Bisogna però aspettare 2000 anni prima che i Fenici riescano a diffondere l’uso di un alfabeto simile al nostro, con un numero ridotto di simboli, ognuno dei quali corrisponde ad un singolo suono. E ci vogliono altri 800 anni perché veda la luce la pergamena, primo supporto scrittorio che si possa tagliare in fogli (con il papiro non era possibile).
Col tempo, a qualcuno viene in mente di cucire insieme i fogli: prende così forma l’oggetto a noi noto come “libro”, che comincia a diffondersi a partire dal 400 d.C. (600 anni dopo l’invenzione della pergamena).
Grafie
Nel mentre, si sviluppano diversi tipi di grafie, cioè modi diversi di scrivere lo stesso simbolo. Lo facevano già i Romani, che avevano la grafia Capitale (per i documenti ufficiali) e quella Rustica (per l’uso comune). Nel 300 d.C. fa la sua comparsa l’Onciale, seguito poi dal Gotico.
Possiamo considerare le grafie come antenate dei set di caratteri, i quali ci consentono di dare espressività al testo e di esaltarne il significato con la semplice forza grafica del segno.
Un sentito ringraziamento a chi ha pensato di inserire degli spazi tra una parola e l’altra: prima del Medioevo si scrivevano attaccate, cosa che rendeva la lettura decisamente più faticosa.
Lo “studio grafico” del Medioevo

Nel medioevo la copiatura e la rilegatura dei libri erano appannaggio dei monaci, i quali, non dovendo spaccarsi la schiena nei campi, né affrontarsi a colpi di spadone, avevano la possibilità di dedicare il loro tempo a questa arte. Naturalmente non c’era alcun tipo di meccanizzazione, tutto veniva fatto a mano: ciò consentiva anche una certa libertà nell’esecuzione, rendendo di fatto ogni volume un pezzo unico.
Interessante è vedere gli strumenti impiegati: canna di bambù, aculei, ossi, penne d’oca per stendere gli inchiostri (notare che noi chiamiamo ancora “penne” le nostre biro). Inchiostri che si facevano con polveri di minerali sciolte in acqua e resina di acacia, da stabilizzare successivamente con un fissativo. Per un po’ si usò l’arsenico, ma dopo 200 anni di misteriosi decessi tra i monaci, sorsero sospetti sulla sua tossicità. Lo si sostituì usando come fissativo il tuorlo d’uovo.
La comparsa delle immagini
Contro la monotonia della pagina scritta, si pensò di fare a colori la prima lettera di ogni pagina. Poi si pensò di farla più grande, poi magari di disegnarci dentro qualcosa. Fu così che le immagini fecero la loro comparsa all’interno di una pagina scritta. Si badi bene: all’interno, non a fianco. Successivamente anche a fianco, certo, ma è nella miscela armonica di testo e immagini che prese corpo l’idea moderna di impaginazione.
Oggi, a distanza di più di 1000 anni, non facciamo nulla di diverso: anche i video, che nel web hanno quasi soppiantato le immagini statiche, vengono trattati allo stesso modo in presenza di testo scritto.

Curiosamente l’uomo ha cominciato a scrivere disegnando, con i pittogrammi rupestri. Poi è arrivata la scrittura a ideogrammi, fondamentalmente anch’essi dei disegni. Poi è arrivato l’alfabeto, che ha estromesso il disegno dal corpo del testo. Infine il disegno è ritornato, iniziando una felice convivenza con il testo che dura tuttora.
Per quando è pronto?
I nostri avi non avevano fretta. 2000 anni per passare dai simboli fonetici ad un alfabeto vero e proprio, 800 anni per passare dai rotoli ai fogli, 600 anni per passare dai fogli sciolti al libro rilegato, 200 anni per arrivare ai libri miniati e per accorgersi che l’arsenico, come fissativo per l’inchiostro, non va tanto bene.
200 anni ancora per le prime xilografie, 600 anni per la stampa a caratteri mobili, infine 600 anni per giungere all’odierno desktop publishing. Meno di 20 anni per passare dalla carta al web, vedremo cosa succederà in futuro.

Nell’illustrazione qui sopra si vede il medievale committente ritirare il libro, finito e rilegato, dal monaco che glielo porge. Il monaco, piuttosto in là con gli anni, ha dietro di sé un alter ego ben più giovane, a simboleggiare che nel Medioevo, per fare un libro, poteva volerci una vita intera.
Da un bel po’ non è più così, da quando è stata inventata la stampa, ma soprattutto da quando è stata introdotta la meccanizzazione nel processo di stampa. Però fa tanta tenerezza pensare a un gruppo di persone che, facendo affidamento su pochi rudimentali attrezzi e su molta abilità manuale, lentamente, a lume di candela, dà sostanza e forma a quello che un giorno sarà un libro.
Ringraziamenti
Per la stesura di questo articolo mi sono avvalso del supporto di Giada Cecco e Mattia Gri, che con incredibile passione portano avanti le tecniche di scrittura, illustrazione e rilegatura dei monaci amanuensi. Passione ereditata dal nonno di Mattia, Tullio Magagnin (sue sono le illustrazioni qui presenti). Trovate Giada su Instagram (giada_cecco) e su Facebook.
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