
Penso che tutti abbiate riconosciuto nell’immagine qui sopra HAL9000, il computer del film “2001: odissea nello spazio” di Stanley Kubrick. Se non è così, colmate la lacuna guardando (o riguardando) questo film straordinario.
Perché chiamare in causa HAL9000?
Perché nel film l’astronave (ed il suo equipaggio di cinque uomini) è sotto il totale controllo di questo gigantesco e onnipresente computer, il che ci dà qualche spunto di riflessione su certe dinamiche del giorno d’oggi.
La vita in mano ad una macchina
Nel film, che è del 1968, si rappresenta un futuro (cioè il 2001) in cui giganteschi computer sono in grado di gestire, in totale autonomia e con la massima affidabilità, sistemi complessi comprendenti anche personale umano, del quale i computer sono responsabili.
Magari non ci siamo ancora arrivati (siamo comunque un po’ in ritardo, il 2001 era 21 anni fa), però la strada sembra essere quella.
Pensiamo soltanto alla guida autonoma negli autoveicoli. Ok, non siamo ancora usciti dallo stadio sperimentale, però di fatto si tratta di mettere la propria vita nelle mani di un computer, che in completa autonomia conduce l’automobile nella complessità del traffico veicolare. Non a caso anche Google conduce esperimenti in questo ambito.
La comunicazione in mano ad un algoritmo
Se i computer che prendono decisioni autonome nel mondo fisico non si sono ancora affermati, nel mondo virtuale invece sì.
I maggiori social network propongono post personalizzati a miliardi di utenti: la scelta dei post, ovvero la decisione su cosa far vedere a Paolo Rossi di Milano piuttosto che a John Smith di Dallas, la fa un computer.
O meglio, un algoritmo, cioè un sofisticato programma, supportato dalla potenza di calcolo di capannoni pieni di server, che decide cosa è meglio per me e cosa è meglio per te. Per miliardi di utenti.
Roba che HAL9000 in confronto è una calcolatrice tascabile, e neanche scientifica.
Il che magari non è neanche male: la macchina, instancabile lavoratrice, applica con intelligenza le direttive che le sono state date, facendo un lavoraccio immane che nessun umano potrebbe fare.
L’algoritmo in mano a chi?
Ecco, le direttive. Chi le detta?
Ovviamente i proprietari dell’algoritmo, sulla base di una serie di valutazioni probabilmente opportune e ponderate.
E quali saranno queste direttive?
Qui la faccenda è meno rassicurante. Devo raccontare un caso personale per rendere l’idea.
Anche questo sito si appoggia un po’ a Google: offrendo un servizio di stampa fotografica fine art, è il caso che Google riconosca che io sono un venditore e che ho dei prodotti da vendere, in modo che l’algoritmo possa proporre i miei prodotti a chi li cerca.
Google pone delle condizioni da rispettare perché ciò accada, condizioni che riguardano la natura dei prodotti, il modo in cui sono descritti e la presenza di adeguate pagine informative per gli aspetti legali della vendita.
Condizioni di cui naturalmente ho tenuto conto nella realizzazione del sito.
L’algoritmo decide
Sono quindi rimasto sorpreso quando Google mi ha comunicato che il mio account non è idoneo per le schede ottimizzate.
Perché? Dove ho sbagliato? Non riuscendo a capirlo, faccio quello che farebbe chiunque: contatto l’assistenza di Google.
Operazione un po’ kafkiana, perché non c’è un numero di telefono da chiamare, né una mail a cui scrivere. Non subito, almeno.
C’è un pesante filtro, fatto di linee guida da leggere e opzioni da scegliere, prima di ottenere l’agognato indirizzo.
Scrivo, esponendo il mio problema. Mi rispondono in maniera generica. Riscrivo, puntualizzando. Mi rispondono più o meno così: “non sappiamo perché il sistema ha ritenuto non idoneo il suo account, perché non abbiamo accesso al sistema”.
Accesso negato
Gli uomini dell’assistenza di Google non hanno accesso al sistema. Non hanno modo di sapere perché l’algoritmo abbia preso una certa decisione, men che meno hanno modo di correggerla.
Evidentemente in quel di Mountain View, California, non gradiscono contributi esterni. Ragioni di sicurezza, certo, ma in questo modo nessuno sa veramente come ragioni un algoritmo che, bene o male, influenza la vita di miliardi di persone.
Per la cronaca, il mio caso personale si è risolto e adesso è tutto a posto. Resta il fatto che nessuno, al di fuori di Mountain View, sa esattamente perché Google prenda certe decisioni piuttosto che altre, e la cosa vale anche per gli altri algoritmi che si occupano direttamente di comunicazione.
Chissà se un giorno, come nel film di Kubrick, un David Bowman, magari virtuale, forzerà il portello e disattiverà l’HAL9000 di domani, spegnendo uno dopo l’altro i banchi di memoria del grande computer, per passare finalmente alla modalità manuale.
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