
No, non è un errore: l’immagine, tratta dal libretto di uso e manutenzione del ciclomotore Ciao Piaggio, anno di grazia 1979, è effettivamente l’immagine a corredo di questo articolo sul fotoritocco nella storia della fotografia.
Che non sia un’immagine moderna si capisce già dall’operazione descritta: l’utente, in maniche di camicia e giacca, si accinge a smontare la candela. Oggi non lo fa più nessuno, se si rimane a piedi si chiama l’assistenza.
Ma non è questo il punto, quello che ci interessa è la foto in sé.
Foto o disegno?
A 14 anni mi sono trovato tra le mani il sopracitato libretto di uso e manutenzione del vecchio Ciao di casa. Ricordo ancora la perplessità di fronte alle immagini, a metà strada tra la fotografia e il disegno. Guardate il rubinetto della benzina, la pipetta e la chiave tenute da quelle mani un po’ pelose: sono palesemente disegnati, anche l’alettatura del motore, la candela e la vite sopra il rubinetto sono un po’ sospette. Perché, mi chiedevo, perché non lasciare la foto così com’è? Oppure, perché non fare un disegno puro e semplice, facendo a meno della fotografia?
Naturalmente, questo è solo un piccolo esempio: nell’arco di un secolo migliaia di fotografie, dei soggetti più vari (ritratto, paesaggio, gruppo, natura morta, eccetera), hanno subito un trattamento simile. Perché?
Mano ferma e pennello fino
Per lo stesso motivo per cui oggi postproduciamo digitalmente le fotografie: per farle più belle. I canoni di bellezza cambiano nel tempo, ma l’intento è sempre quello: data una foto di partenza, con una serie di interventi di fotoritocco si intende raggiungere un grado più alto di resa estetica.
Senza computer si operava direttamente sulla stampa, a colpi di pennello, spugna o raschietto, andando letteralmente a disegnare cose che in realtà non c’erano o erano poco evidenti, oppure andando a cancellare cose che c’erano ma che si voleva nascondere.
Era fondamentale avere una grande abilità manuale, perché non era disponibile il comando “annulla”.
L’arte in camera oscura
Prima ancora del pennellino sulla stampa finale, il processo di ingrandimento e stampa in camera oscura offriva delle possibilità di alterazione dell’immagine. C’era la possibilità di inclinare l’ingranditore rispetto al foglio, correggendo così le linee cadenti, ma soprattutto c’era la possibilità di mascherare localmente la luce proveniente dall’ingranditore, in modo da scurire o schiarire certe zone dell’immagine. Si faceva interponendo una sorta di paletta, o anche un banale cartoncino, all’interno del cono di luce dell’ingranditore. Ovviamente con velocità, distanze e tempi dettati esclusivamente dalla sensibilità ed esperienza dello stampatore, da cui la parola “arte” nel titolo di questo paragrafo.
Arriva il digitale
La digitalizzazione delle immagini non porta alla morte di queste antiche tecniche, semplicemente porta alla loro virtualizzazione. I concetti base dei programmi di fotoritocco hanno praticamente un secolo sulle spalle: troviamo, tra gli strumenti a disposizione del ritoccatore digitale, pennelli, spugne, raschietti e maschere.
Con tre grossi vantaggi rispetto ai vecchi tempi: la possibilità di annullare l’operazione sbagliata, la possibilità di ingrandire l’immagine per lavorare più agevolmente e la possibilità di usare strumenti che nel mondo fisico, semplicemente, non esistono.
Come lo strumento “clona”, che permette di replicare esattamente una parte di immagine in un’altra zona dell’immagine stessa, oppure lo strumento “fluidifica”, che permette di deformare localmente una porzione dell’immagine.
Da un fotografo di moda ho sentito dire: “il fluidifica è il miglior amico dell’uomo”, riferendosi evidentemente alla possibilità di accentuare o ridurre a piacimento le curve delle modelle.
Le foto ritoccate sono foto vere?
Secondo me, entro certi limiti, assolutamente sì.
Non è possibile dare alla fotografia un ruolo documentativo assoluto, già la sola scelta dell’attrezzatura condiziona fortemente il risultato: scattare con focali corte o lunghe cambia completamente il modo in cui si riproduce la stessa scena (al riguardo ho scritto un apposito articolo). Per non parlare dell’inquadratura, che permette al fotografo di decidere cosa mettere nella foto e cosa no. E anche la scelta della luce ha il suo peso.
La fotografia, ritoccata o meno, è in ogni caso un’interpretazione e come tale va presa. Magari in certi casi siamo lontani da una rappresentazione onesta, ma se saturiamo il verde di un prato perché quando l’abbiamo visto ci è sembrato tanto verde, beh, mi sembra oltre che corretto anche auspicabile.
Perché, in fondo, aiuta a trasmettere agli altri quello che abbiamo provato, quello che ci ha spinto a premere il pulsante di scatto.
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